SOS Rosa

Rassegna Stampa:

Qui di seguito alcuni articoli tratti dalle testate giornalistiche locali:

Io, violentata, picchiata e minacciata dal convivente. Ma grazie a Sos Rosa
sono uscita dal tunnel della paura»
Alice (nome di fantasia scelto dalla protagonista), 52 anni, sorriso aperto e
occhi vivaci, racconta in questa testimonianza cosa significa per una donna
subire violenza. È convinta che raccontare la sua storia, ora che ha ritrovato
la voglia di riprendere in mano la vita, sia importante per aiutare le molte
altre donne che sono nella stessa condizione ma per pudore, paura, vergogna,
perdita di amore per se stesse non osano denunciare chi le violenta e
maltratta. «Mio marito arrivava a casa ubriaco e aggressivo – racconta Alice -
io rivivevo scene di un passato famigliare, mio padre picchiava mia madre
quando di vino ne aveva bevuto troppo. Io conoscevo quei comportamenti. Mi
confidai con la mia dottoressa di base e lei mi ridiede forza e speranza, mi
fece capire che era possibile fare qualcosa. Mi mise in contatto con l’
assistente sociale, un uomo di profgonda sensibilità, e poi con l’associazione
Sos Rosa di Gorizia e Gradisca. Le volontarie sono state i miei angeli
custodi». Lo svela con un grande sorriso per la psicologa Caterina Di Dato e la
volontaria dello sportello antiviolenza Ernesta Sergiacomi che assistono alla
testimonianza. Alice inizia i colloqui con le psicoterapeuta di Sos Rosa,
lascia la casa del convivente, ma non ha un’alternativa dignitosa. Gli amici, i
fratelli la ospitano ma sono soluzioni temporanee poi tutti hanno i loro
problemi. Intanto l’uomo la perseguita, la raggiunge nei luoghi che lei
frequenta per insultarla o per convincerla a ritornare con lui. Gomme tagliate
e il sospetto della manomissione della sua auto le fanno vivere nella paura.
Nel frattempo, fatte le verifiche previste dalla procedure di presa in carico,
si rende disponibile una casa protetta gestita da Sos Rosa. In questo ambiente
sicuro e accogliente Alice ricomincia a vivere contando sull’affetto degli
amici e sul suo lavoro che le garantisce indipendenza economica. Resta nell’
appartamento protetto per un anno. Con l’aiuto dei legali dell’associazione
denuncia l’uomo, portando le fotografie del proprio corpo martoriato . «In
Questura ho incontrato funzionari che non mi hanno fatto sentire a disagio nel
raccontare fatti intimi e dolorosi, sono stati professionali ma attenti. Io
sapevo che al bisogno loro c’erano». Sono molto importanti le modalità e i
termini utilizzati nella denuncia per non minimizzare la gravità dei fatti e
dare informazioni corrette alle forze di polizia che svolgono le indagini,
spiega la psicologa Di Dato. «L’affetto degli amici non è sufficiente per
recuperare la coscienza di sé, per me sono stati fondamentali gli incontri
settimanali con le psicoterapeute, conversazioni che mi hanno aiutato a
riflettere su quanto mi stava accadendo». Alice toglie dalla borsetta una busta
verde, è la convocazione per l’udienza in Tribunale. «Ho paura di rincontrarlo
ma lo farò sicura di aver ritrovato la forza psicologica necessaria. Ho
recupero la fiducia negli altri e voglio guardare con ottimismo alla vita. Non
bisogna né tacere né nascondere, ma avere il coraggio di denunciare, solo così
le cose possono cambiare».

Margherita Reguitti  

“Il Piccolo” di Gorizia, 17 dicembre 2009

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GORIZIA Combattere la violenza sulle donne uscendo dall'isolamento delle mura domestiche, parlando alle giovani generazioni di un comportamento indegno di una società civile. Punta sulla straordinaria forza del raccontare in teatro l'attività per il 2010 dell'associazione Sos Rosa, attiva nel Isontino con due centri antiviolenza a Gorizia e a Gradisca d'Isonzo. Il progetto prevede la messa in scena dello spettacolo "Vite di donne", libera elaborazione del testo di Dacia Maraini dal titolo "Passi affrettati". Un'iniziativa per le scuole superiori della provincia, sottolinea Ernesta Sergiacomi dell'associazione, articolata in due appuntamenti in programma al Kulturni dom di Gorizia il 27 febbraio e al teatro di Monfalcone il 6 marzo, resa possibile dai contributi del Club Soroptimist goriziano, che finanzierà l'acquisto dei libri della Maraini destinati alle scuole superiori coinvolte, e dall'assessorato provinciale alle Politiche giovanili.
L'idea del progetto è della presidente di Sos Rosa, Rosaria Di Dato, che, leggendo l'opera pubblicata nel 2007, l'ha condivisa con le volontarie dell'associazione per la sua realizzazione. Quattro delle 8 storie raccontate dalla scrittrice in poche pagine, una sintesi capace di rendere un dramma in 10 battute, vivranno sul palcoscenico, attraverso le voci, i corpi e le scenografie pensate per rappresentare la violenza, arma nell'atavico scontro di potere fra uomo e donna. Storie diverse per cultura, paese e contesto sociale, uguali nella sopraffazione, distanti negli epiloghi. Protagoniste Lhakpa, ragazza tibetana che, alla ricerca di una vita migliore, sceglie di diventare soldato nell'esercito degli occupanti cinesi e sarà violentata dai commilitoni. La belga Juliette, che vive l'inferno delle violenze domestiche, denuncia il marito ma poi ritratta, scissa fra la ribellione al sopruso e la speranza di un possibile cambiamento dell'uomo. Ancora la forza della ribellione della giovane Carmelina, che rende pubblica la violenza subita, aiutata dalla solidarietà di altre donne e, infine, il dramma dell'infanzia venduta e violata di Violca, bambina dell'Est ceduta dai genitori poveri, ingannati o coscienti della scelta.
L'elaborazione del testo e la trasposizione teatrale per Bianca Ledri, una delle interpreti assieme a Carla Berini, Mariangela Pacorig, Raffaella Cinti, Raffaella Pieruzzo, Elisabetta Millo e la voce fuoricampo di Rosaria Di Dato, hanno portato a sperimentare ed esprimere con linguaggi personali diverse reazioni emotive e stati d'animo, dai quali scaturisce la possibile liberazione da paure e ricatti. Prima di assistere allo spettacolo le studentesse e gli studenti delle classi quinte delle scuole superiori isontine che partecipano al progetto, riceveranno il libro della Maraini. Questo per avere la possibilità di fare un lavoro di analisi e comprensione dei contenuti e dello stile del testo, assieme a insegnanti e con il contributo della volontarie di Sos Rosa e socie del Club Soroptimist di Gorizia.

Margherita Reguitti  

“Il Piccolo” di Gorizia, 7 gennaio 2010

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COMUNICATO STAMPA

STALKING: una legge che funziona, una legge che ha un bisogno vitale  dello strumento delle intercettazioni, ma una legge che non va isolata, perché è tutt’uno con il maltrattamento. E’ il parere delle Di.re, Donne in rete contro la violenza l’associazione  che raduna 54 centri antiviolenza a commento degli ultimi dati sul fenomeno e dell’iniziativa della ministra delle pari opportunità Mara Carfagna a proposito del ddl sulle intercettazioni.

I centri antiviolenza in Italia hanno lavorato lungamente per ottenere il risultato di una legge che, come in altri paesi, perseguisse lo stalking, di frequente prologo  nella vita delle donne, di violenze più gravi fino all’omicidio. La bontà del nostro lavoro politico  è oggi dimostrata dai primi risultati ottenuti dalla legge che ha consentito l’emersione di una violenza che finora era rimasta senza visibilità e tutela. Ce  lo dicono i dati  resi noti  dal Nucleo atti persecutori dei carabinieri: (440 denunce al mese, 80 arresti, 85 ammonimenti, 108 divieti di avvicinamento al mese), ce lo dice la pratica quotidiana nei nostri centri, dalla quale ricaviamo soprattutto l’efficacia dello strumento dell’ammonimento. Senza lo strumento delle intercettazioni la legge resterebbe monca di uno strumento di accertamento indispensabile e bene dunque ha fatto, a nostro avviso, la ministra Carfagna  a sottolineare la necessità che il decreto sulle intercettazioni  non includa anche il reato di stalking.
“Vogliamo però sottolineare” commenta l’avvocata della Rete DI.Re Manuela Ulivi “ che la legge sullo stalking non deve e non può essere isolata dal resto dei maltrattamenti in famiglia, proprio  perché spesso il reato perché il reato si compie nel momento in cui la donna decide di interrompere una relazione  affettiva. In questi casi il reato che dovrà essere contestato, non dimenticando da dove proviene il comportamento del persecutore, è proprio quello dei maltrattamenti familiari. Abbiamo impiegato tanto tempo per fare emergere questa realtà, anche nelle aule di giustizia, ed ora non vorremmo che il reato più grave, come è quello dei maltrattamenti, non fosse riconosciuto, per dare rilievo al solo comportamento finale del persecutore, già maltrattatore”

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Comunicato stampa contro i Femminicidi

"Una donna uccisa dal proprio uomo, compagno, fidanzato, ogni tre giorni è una guerra a bassa intensità che accade tutti i giorni sotto gli occhi di tutti ma della quale non si parla.
Stefano Bellassai  Gruppo  Maschile Plurale

 

Dal 20 giugno scorso, in poco più di venti giorni sono state assassinate undici donne dal compagno o dall’ex. Tra le vittime anche un uomo, il nuovo fidanzato di una delle vittime. La più giovane aveva sedici anni, la più ‘vecchia’ poco più di quaranta.
In base ai dati statistici raccolti dalla Casa delle Donne di Bologna, in Italia una donna  muore assassinata dal partner ogni due/tre giorni.  Sono oltre 100 le donne che ogni anno, dopo anni di violenze e stalking vengono assassinate per mano di un familiare, oppure mentre stanno affrontando la separazione.
E’ significativo che il rischio di essere assassinata per una donna aumenti proprio quando sta affermando la propria volontà di interrompere la relazione. Il fenomeno del ‘femminicidio’ in Europa aumenta mentre complessivamente sono in calo gli omicidi anche quelli attuati dalla criminalità.
Che dire? Dopo un bollettino siffatto i non-italiani potrebbero chiedersi se si tratta di un’escalation pakistana, dall’acido solforico all’assassinio. Invece, è Italia.
In questi ultimi giorni, molti sono i commentatori ed i blogger che offrono un’analisi del fenomeno. Non tutte convincenti.
Ovviamente, c’è anche chi straparla: “Se la sono cercata”, “Le donne fomentano”, “Le donne esasperano”. C’è anche un blogger elvetico che chiede parità di informazione per uomini malversati e picchiati dalle donne. Addirittura, la Legge italiana sentenzia attenuanti alle condanne se la donna picchiata sapeva reagire o si dimostrava ‘poco vittima’.
Sembra, a volte, che si indulga più facilmente a capire questi delitti che non a condannarli tout court.
Per la nostra proteiforme opinione pubblica potrebbe andare bene quasi tutto – dall’insicurezza maschile, al contagio comportamentale (tipo le ondate di suicidi), dalla debolezza affettiva, all’attaccamento materno mai risolto – ma delle lacune (lagune, potremmo dire!) di cultura e civiltà non se ne può parlare?
Nonostante ci si riempia di indignazione e di pubbliche condanne, il mainstreaming italiano (di cui fa parte anche una sorniona e compiacente elite intellettuale) incita gli uomini a pensarsi onnipotenti e a disporre delle vite degli altri, mogli, amiche, compagne, fidanzate, madri e – non dimentichiamolo – figli. Sono i fatti che ce lo dimostrano.

Le donne diventano cose e in quanto cose possono essere buttate, distrutte, eliminate quando non sono più di colui che se ne sente proprietario. La logica dell’utilizzatore finale ha preso il sopravvento e, in effetti, a ben guardare, alle vittime dei numerosi reati non è offerta altra opzione che la FINE.
Si parla del “solito psicopatico”, del caldo che fa ammattire per portare fuori da noi il MOSTRO, illuderci che non si possa fare nulla.
E invece esiste un’EMERGENZA e riguarda le donne in primis perché soggetti deboli ma è trasversale a generi e etnie: il RISPETTO dell’altro è stato barattato con l’esercizio di POTERE sull’altro.
Non è più tempo di demandare.
E’ giunto il momento che ognuno di noi prenda coscienza della propria responsabilità sociale e civile.
Dobbiamo agire, promuovere una sensibilità che abbia a cuore i diritti degli altri, delle donne, dei deboli.
Siamo sicuri che l’immaginario stereotipato (donna/merce; donna/moglie e mamma) che riguarda il femminile e che investe POLITICA, MEDIA, PUBBLICITA’ non abbia un ruolo in tutto quello che sta succedendo?
Lo stesso Presidente Napolitano, riferendosi allo stile di comunicazione svilente per le donne parla di “contesto favorevole dove attecchiscono molestie sessuali, verbali e fisiche”.
Siamo sicuri che un cambiamento di percezione nei confronti del femminile e la promozione del rispetto non servano ad arenare il MOSTRO?

I ‘femminicidi’ ci riguardano TUTTI.  Riguardano la nostra società. Riguardano gli uomini. Riguardano le donne. Riguardano i nostri figli e le nostre figlie.

Tocca a noi oggi. Domani è già troppo tardi.

Nadia Somma, Marika Borrelli, Francesca Sanzo

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"Macabre contese per apparecchiarci un domani peggiore" dire

La finanziaria è in corso. I soldi destinati al Piano Nazionale Antiviolenza vengono tirati di qua e di là in una tragica quanto macabra contesa. Intanto 19 donne vengono uccise dai partners o ex partners solo in 26 giorni tra ottobre e novembre di quest’anno.
Il femminicidio sta diventando uno sport nazionale
I centri antiviolenza, unici luoghi concretamente idonei ad offrire un’accoglienza utile alla ricostruzione del sé a donne in fuga dai peggiori soprusi, luoghi di civiltà e libertà che operano in un clima politico e sociale sempre più difficile, luoghi che garantiscono sicurezza e percorsi di cambiamento positivo, chiudono l’uno dopo l’altro, al sud come al nord, strangolati dai tagli e dall’indifferenza, quando non dall’ostilità degli Enti Locali, che non esitano a eliminare per primi questi preziosi servizi impegnati ad apparecchiare un domani migliore per donne spesso a rischio di vita.
Quante campagne elettorali sono state impostate sulla promessa di intervenire in maniera decisiva.
Quante volte ai Centri antiviolenza, alle donne in fuga, ai bambini testimoni di violenza, è stato promesso di intervenire positivamente nei loro drammi.
Quante volte è stato favoleggiato di un Piano Nazionale antiviolenza che le Ministre delle Pari Opportunità hanno promesso di realizzare.
Quante volte tutto ciò è stato disatteso - Quante volte si è rivelato solo un bluff
L’associazione nazionale D.I.RE. (donne in rete contro la violenza) che contiene al suo interno 58 Centri antiviolenza tutti altamente specializzati, in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza alle donne, indice una conferenza stampa per presentare:
- I dati dei centri antiviolenza 2010
- Le testimonianze dirette dei centri antiviolenza del sud, centro e nord
a rischio di chiusura, che tratteggiano un quadro culturale e sociale
preoccupante
- Le raccomandazioni internazionali a sostegno dei centri antiviolenza,
in aperto contrasto con il trend italiano

Martedi 23 novembre - ore 11.00
Casa Internazionale delle Donne
Via della Lungara 19, Roma - Segreteria 06. 6780537

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Ma veramente le donne tacciono sulle vicende che coinvolgono da qualche tempo il nostro paese?  Certo che no! Un grazie di cuore a Giulia Bongiorno, a Rosy Bindi, a Emma Bonino, a Norma Rangeri, a Concita De Gregorio e a tante altre che, in questi mesi e negli ultimi giorni, hanno manifestato il loro forte e amaro dissenso nei confronti dei comportamenti e delle espressioni usate dal Presidente del Consiglio,  che umiliano la donna come persona e come componente essenziale della società.
   In città e provincia, oltre a qualche lettera ai giornali, nulla sembra muoversi. Eppure molte sono le donne indignate da tempo per ciò che quotidianamente  si vede e si sente. Oggi  siamo lontani dai riferimenti ideologici e politici che hanno caratterizzato gli anni '70 ed è sempre più difficile trovare  interlocutori - quali i gruppi femministi di allora - che raccolgano i pensieri e le voci delle donne contro i costanti  tentativi di relegarle in una posizione subalterna nella famiglia, nella cultura e nel lavoro, nonostante la legislazione abbia raggiunto traguardi molto avanzati per quanto riguarda i loro diritti e la loro tutela contro prevaricazioni vecchie e nuove.
 Ma oggi,  attivi e diffusi in tutta Italia, ci sono i centri antiviolenza, che in questi anni hanno accolto, sostenuto ed accompagnato migliaia di donne verso la libertà e l'autonomia da uomini violenti. E' da questa esperienza e coscienza, maturate con le donne, che l'Associazione  Sos Rosa sente l'urgente necessità di denunciare la mentalità maschilista e sessista che  permea la vita sociale e politica in Italia, mentalità che, di fatto, crea le condizioni per l'espandersi del gravissimo e crescente fenomeno della violenza contro le donne. Il fatto di mercificare il corpo delle donne, come da molti anni ci hanno abituato le tv private, seguite poi anche  da quella pubblica, è indice di razzismo, in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione dove si parla della pari dignità “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua [….].
 Allora siamo proprio fuori strada! E dobbiamo  con forza pubblicamente manifestarlo, se vogliamo, in quanto donne, riappropriarci della dignità a cui abbiamo diritto. Abbiamo il dovere di farlo, per noi ed anche per le generazioni che verranno.
Se provate come noi profonda indignazione, scriveteci al nostro indirizzo e-mail è sosrosa@alice.it   e visitate il nostro sito www.sosrosa.it 

L’Associazione SOS ROSA ONLUS

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L’Associazione D.i.Re donne in rete contro la violenza, che racchiude 58 centri antiviolenza d’Italia, rilancia con forza l’allarme del Gruppo delle  Avvocate che collaborano con i Centri antiviolenza italiani,  che assistono quotidianamente donne vittime di reati gravemente lesivi dei diritti fondamentali e della dignità,  manifesta forte preoccupazione per le conseguenze che l’attuale proposta di legge sul “processo breve”, che diminuisce i termini di prescrizione del reato, avrà sulle tante donne che trovano il coraggio di denunciare le violenze subite rischiando anche la propria vita.
I dati sulle uccisioni delle donne denunciano dal 2005 un aumento progressivo: 101 nel 2006, 107 nel 2007, 113 nel 2008, 119 nel 2009. Il 2010 è stato caratterizzato da una sequenza quasi quotidiana di donne assassinate perché avevano rifiutato una relazione o avevano deciso di separarsi dal partner maltrattante.
Una legge che se approvata toglie ogni possibilità di prevenzione e repressione della violenza domestica e di altri reati gravi commessi quotidianamente nei confronti delle donne, reati questi caratterizzati da profili investigativi molto complessi perchè quasi mai compiuti alla presenza di testimoni diretti.
La riduzione dei termini massimi per le indagini e dei termini di prescrizione contribuisce a legittimare la cultura dell’impunità che sottende sempre alle violenze commesse nei confronti delle donne, in quanto reati ancora sottovalutati, sebbene riconosciuti a livello internazionale come grave violazione dei diritti umani.
Ragionevole e giusto è quel processo che nel rispetto dei diritti dell’imputato,  accerti la verità dei fatti e la sussistenza o meno della responsabilità penale dell’imputato e, al contempo, garantisca i diritti delle vittime di reato e tuteli la loro persona, così come sancito dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo.
L’attuale disegno di legge introduce nel nostro ordinamento ulteriori profili di incompatibilità con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che con sentenza del 29 marzo 2011, Alikaj c. Italia, ha già  condannato l’attuale sistema di prescrizione vigente in Italia, evidenziando che  lo stesso è privo di qualsivoglia forza dissuasiva utile a prevenire efficacemente gli atti illeciti con il rischio di una totale impunità dei colpevoli e la violazione dei diritti fondamentali delle vittime e conseguente  perdita della fiducia della collettività nello stato che tale impunità incoraggia.
Ci opponiamo a questa grave umiliazione ed illegittimità.

Referente Penale gruppo avvocate D.i.re                          Presidente D.i.Re
Avv.ta M.Teresa Manente                                                  Alessandra Bagnara

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Chiudono i Centri antiviolenza

Quando ho conosciuto C. B. il suo volto era provato e lei non sapeva dove andare. Giovane, con due figli, vessata da anni di violenza domestica, non sapeva che nella sua zona c’è un posto in cui le donne vengono aiutate a uscire da incubi come il suo. Quando l’accompagnai al centro antiviolenza “Erinna” di Viterbo era emozionata, tesa, ma quando Anna Maghi, che dirige il centro da anni, la fece accomodare sul divanetto e con un modo apparentemente informale si fece raccontare tutta la sua storia per compilare la scheda, cominciai a vedere il volto di C. B. trasformarsi sotto i miei occhi: quella donna percepiva la reale speranza di tornare a vivere.

Oggi C. B. sembra un’altra persona, si trucca, si veste carina, si scioglie i capelli, ma non sa se potrà concludere il suo percorso, perché la Provincia ha annullato i suoi impegni con il centro antiviolenza di Viterbo, che rischia di chiudere i battenti per sempre (video: http://www.youtube.com/watch?<wbr></wbr>v=qrJc0KvZWs4).

“È una cosa assurda – spiega Anna Maghi – prima abbiamo dovuto elemosinare i finanziamenti che erano stati già stanziati per il 2010 e che sono arrivati solo adesso, poi ci è arrivata una lettera in cui veniva disdetto il servizio retrocedendo la scadenza al 1° gennaio 2011, mentre il nostro mandato scade a febbraio 2012, perché il presidente della Provincia, Marcello Meroi (ex-An, ex Fronte della Gioventù, ndr), ha deciso di mettere a bando i soldi che ancora ci spettano. La cosa ancora più incredibile è che Meroi era venuto l’11 marzo da noi dicendo che un posto così non doveva chiudere, mentre oggi non solo vuole farci chiudere prima che il mandato sia concluso, ma dice anche che i soldi che ci hanno dato in questi anni sono stati concessi ‘alla buona’, come se non avessimo la professionalità o la competenza per seguire queste donne, dopo anni che ci lavoriamo. Infine, ammesso che questo bando si faccia e magari sia vinto da una onlus migliore di noi, prima di arrivare a una graduatoria quanto tempo passa? E dove vanno le donne nel frattempo? Smettono di essere violentate o maltrattate? Noi facciamo tutto il lavoro in due e le operatrici sono volontarie, i soldi ci bastano appena per pagare l’affitto e le utenze, e se penso che per il centro antiviolenza ci fanno sospirare 20mila euro mentre per San Pellegrino in fiore (una manifestazione commerciale che si svolge a Viterbo, ndr) ne sono stati dati 300mila, mi vengono i brividi”.

 

 

In realtà le sostituzioni sarebbero già pronte perché a Viterbo è nata un’organizzazione che sostiene le vittime di violenza e che si chiama “Donne per la sicurezza” e che, grazie all’impegno del coordinatore provinciale Giuseppe Rea, sta prendendo piede portando avanti una metodologia che mette sullo stesso piano la violenza maschile con quella femminile anche se, come recita la presidente Barbara Cerusico: “Nel caso in cui  l’uomo subisce violenza all'interno della coppia, che in genere è sempre una violenza psicologica, lui tende a tacere per una forma di vergogna o per paura di essere ridicolizzato”. A loro si aggiungono le suore di Santa Teresa di Calcutta che fino a un po’ di tempo fa ospitavano solo donne incinte o con bambini piccoli, tenute strettamente sotto controllo, ma che ora ospiterebbero anche vittime di violenza sessuale con programmi e percorsi difficili da immaginare. “L’estate scorsa ci ha chiamato una ragazza per un avere un attestato per un corso fatto da noi che le serviva per fare il tirocinio presso queste suore – conferma Maghi – e io mi sono un po’ sorpresa quando me l’ha chiesto perché non so come possa intervenire un’organizzazione religiosa su delicate dinamiche psicologiche, anche di coppia, e soprattutto su consulenze legali sulla violenza”.

 

 

Un fatto importante è la stata la risposta delle donne a questa chiusura del centro antiviolenza: “Qui è successo di tutto – conclude Maghi - c’è stata una rivolta delle donne, una ragazza ha detto che se chiudiamo si incatena alla Provincia e fa lo sciopero della fame. Si è fatta anche una riunione con diverse organizzazioni ed è stata indetta una manifestazione a sostegno di Erinna per il 28 luglio a Viterbo. Ci ha chiamato anche Isabella Rauti dicendo che un centro come il nostro non deve chiudere e ha chiesto un incontro con noi. Ora però basta, non si tratta di salvare il nostro centro ma tutti i centri antiviolenza in Italia che rischiano di essere spazzati via. La mia proposta è che ogni comune della provincia paghi una piccola tassa perché un centro antiviolenza appartiene a tutta la comunità”. Erinna comunque non vuole chiudere e sospenderà solo le nuove accoglienze continuando a pagare l’affitto fino ad aprile 2012 per garantire la presenza e anche la presentazione del libro fatto con le adolescenti sulla rilettura delle fiabe per bambine.

 

 

Il rischio chiusura però c’è e non solo a Viterbo perché, come già annunciato a novembre dell’anno scorso in una conferenza stampa pubblica dall’Associazione Nazionale D.i.re che coordina quasi 60 centri antiviolenza in tutta Italia, il pericolo di sospensione di servizi sociali specifici sulla violenza di genere con strutture avviate da anni, è reale. Oggi D.i.re è di nuovo pronta a mobilitarsi per difendere il diritto delle donne e per far valere il lavoro che da anni porta avanti su tutto il territorio nazionale con psicologhe e avvocate specializzate sulla violenza di genere.

“Noi già da 3 anni non abbiamo finanziamenti pubblici e andiamo avanti con feste e sottoscrizioni, ma non ce la facciamo più e se va avanti così penso che chiuderemo”, dice Carmen Currò che dirige il CE.DA.V di Messina dove ormai sia la Provincia che il Comune non danno più finanziamenti di nessun tipo. “Il nostro centro è nato nell’89 – continua – ed è il più antico della Sicilia ma i tempi in cui abbiamo avuto finanziamenti da enti locali sono lontani. Ormai siamo al disastro: nonostante sia stato approvato da tempo anche in Italia un Piano Nazionale contro la violenza di genere, con diversi milioni di euro da distribuire sul territorio da parte del Ministero delle Pari Opportunità (http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/primo-piano/1787-carfagna-lal-via-primo-piano-nazionale-antiviolenzar, ndr), qui non vediamo un soldo da tempo. È come se ci fosse una volontà chiara di farci morire e con noi di far morire anni di esperienza, studi, percorsi, con donne che hanno ricominciato a vivere grazie a noi. Ma se noi chiudiamo, e non parlo solo di Messina, queste donne dove andranno? A chi si rivolgeranno? Sarà un grosso problema sia per le istituzioni che per tutto il Paese”.

 

 

A Catania Loredana Piazza, che coordina il centro Thamaia, dice che le istituzioni “sembrano sorde, e sembra che quello della violenza sia l’ultimo dei problemi. Anche se la Provincia ogni tanto ci ha aiutate, noi oggi non ce la facciamo più perché ogni anno rischiamo di chiudere la porta in faccia alle donne che vengono da noi devastate. Perché dobbiamo campare grazie al nostro padrone di casa che ci fa credito e alle ragazze che lavorano qui gratis? Inizi un progetto e non sai se lo potrai finire: si può lavorare così con donne che hanno subito violenza e che magari hanno anche bambini? Abbiamo fatto un progetto di educativa domiciliare con minori che faticosamente riprendevano rapporti familiari dopo le violenze, ma ce lo hanno finanziato i valdesi. A volte sono le donne stesse che, una volta recuperate, ci fanno donazioni, mentre le istituzioni cercano di farci morire togliendo un servizio essenziale per la società”.

Ma se le donne continuano a essere stuprate, maltrattate e uccise con un aumento sensibile sia dei femminicidi in Italia che della violenza domestica in tutta Europa e su cui lo stesso Parlamento europeo ha dato diverse indicazioni come quella di tener conto delle associazioni e delle Ogn che già lavorano sul territorio, perché lo Stato italiano, gli enti locali, le istituzioni di ogni colore e partito non recepiscono il messaggio?

 

 

Noi campiamo con piccoli progetti, donazioni, volontariato e abbiamo tantissime donne che ci chiamano. Siamo state già costrette a chiudere la casa rifugio l’anno scorso perché non avevamo più soldi – dice Vichi Zoccoli del centro Roberta Lanzino di Cosenza – e solo adesso, dopo un anno di buco, la Regione ha deciso di fare un bando, utilizzando però la legge regionale per i finanziamenti antiviolenza a favore dei centri di ascolto e lasciando sottintendere che potrebbe finanziare qualsiasi progetto gestito da donne senza tener conto della specificità che un centro antiviolenza deve avere. Ma la cosa più assurda è che poi, per darti il finanziamento, chiedono una fideiussione: se un’associazione di volontariato potesse farla non avrebbe bisogno dei soldi per sopravvivere. Sono 22 anni che lavoriamo e ogni volta mi sento umiliata a cercare soldi come se fosse la prima volta”.

 

 

Pensare di poter affrontare un problema come questo con strutture che ormai vivono alla giornata, è una follia. L’emergenza è totale, e parlare di sicurezza riducendo alla fame strutture che hanno alle loro spalle un bagaglio di esperienza e di lavoro accumulato negli anni, è un suicidio, è la vergogna di un paese. “Qui a Roma siamo tutte volontarie, non abbiamo nessun finanziamento - dice Daniela Amato del Centro Lisa – e i soldi li troviamo con quote associative, progetti nelle scuole, formazione, e l’unica cosa che abbiamo chiesto è stata l’assegnazione e il riconoscimento dello scopo sociale del locale dove stiamo che è di proprietà dell’Ater e dove noi abbiamo sempre pagato un affitto che non ci possiamo più permettere. Secondo una legge regionale noi potremmo usufruire di questa norma ma l’Ater non ce l’ha riconosciuta e oggi siamo sotto sfratto con un debito di 20mila euro di arretrati che non sappiamo dove trovare. Abbiamo più di 300 donne all’anno che vengono da noi, facciamo prima accoglienza, consulenza gratuita e abbiamo uno sportello informativo. Non abbiamo voglia di lasciare tutto perché non viene riconosciuta una cosa che ci spetta”.

 

Non succede solo al centro-sud, anche al nord la nave affonda. A Gorizia il centro antiviolenza Associazione S.O.S. Rosa ha avuto una riduzione drastica dei finanziamenti, mentre a Belluno è successo un disastro: “Abbiamo aperto nel 2003 una casa rifugio e una casa di accoglienza - racconta la responsabile Margherita De Marchi - e abbiamo vissuto con il volontariato ma il periodo duro è iniziato quando i finanziamenti sono stati quasi cancellati. Nel Veneto non c’è una legge che dia un ruolo specifico ai centri antiviolenza, di solito la voce è Centro servizi volontariato e si tratta sempre di piccole cifre. Poi qualche mese fa nella casa rifugio c’è stato un incidente grave e i locali si sono completamente allagati. Noi avevamo l’assicurazione ma i danni sono enormi e non solo abbiamo dovuto sospendere l’attività ma adesso dovremo metterci i soldi di tasca nostra perché le istituzioni non ci aiutano. Siamo stremate. Se poi pensi che l’osservatorio nazionale di Verona ha contato addirittura circa 80 case di accoglienza nel Veneto, ti chiedi: ma dove sono? cosa contano? In realtà nel conto ci mettono tutte le associazioni che lavorano con diversi tipi di disagi anche se quello sulla violenza di genere è un lavoro diverso che richiede una professionalità specifica. La verità è che la definizione di centro antiviolenza in Italia non c’è, è vaga, è come se il problema non esistesse, non riguardasse le persone finché non ci sono dentro. Io sono 12 anni che lavoro sulla violenza e pensavo fosse dura soprattutto all’inizio ma invece è sempre una lotta, pensi di aver fatto un passo in più e invece sei di nuovo indietro. Continuare a elemosinare per fare un lavoro che serve a tutti, è uno scandalo”.

-Il manifesto- LUSIA BETTI

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Donne maltrattate, addio ai centri antiviolenza.


L'allarme lanciato dall'associazione Dire: sparito il fondo ad hoc di 18 milioni, nuovi tagli al sociale. Le
strutture che ogni anno accolgono 14mila vittime di abusi e violenze non sanno più come andare avanti DI
MAURIZIO MINNUCCI
Accolgono ogni anno circa 14mila donne in cerca d'aiuto, ma uno dopo l’altro i centri antiviolenza stanno
chiudendo in tutta Italia nel silenzio assoluto dei media. Colpa dei tagli al sociale e della scomparsa di un
finanziamento già previsto, quei 18 milioni di euro del "Piano nazionale contro la violenza di genere" che
però non sono mai usciti dalle casse dello Stato. A lanciare l'allarme è l’associazione Dire (Donne in rete
contro la violenza) che gestisce 58 centri in tutto il paese.
"È dimostrato che le violenze emergono più numerose quando siamo presenti. Eppure, malgrado le donne
continuino a essere stuprate, maltrattate e uccise, e malgrado l’aumento della violenza domestica sia ormai
accertato - sottolinea la presidente dell'associazione, Alessandra Bagnara - il governo e gli enti locali
continuano a tagliare. Anche il Parlamento europeo ha dato direttive chiare sul sostegno alle ong come la
nostra".
L'associazione Dire ha iniziato a lavorare con l'esecutivo tre anni fa, dando il proprio supporto al piano
poi approvato dalla ministra delle Pari opportunità Mara Carfagna. Alla base c'era proprio lo
stanziamento di 18 milioni di euro, "ma purtroppo è rimasto tutto sulla carta", sottolinea ancora Bagnara.
"Il piano prevedeva azioni concrete, come la realizzazione di nuove strutture nelle zone scoperte, ma stiamo
andiamo in direzione opposta: i centri attivi da tanti anni, che hanno sostenuto migliaia di donne mettendole
al riparo da conseguenze tragiche, non ce la fanno ad andare avanti".
A differenza di paesi come l'Inghilterra, da noi non ci sono stanziamenti a livello nazionale e tutto viene
lasciato alla libera scelta degli enti locali. Che però, con le manovre che li intrappolano, non ci pensano
due volte a tagliare in questa direzione. "Siamo in attesa di conoscere il nostro destino - riprende Bagnara - ,
perché Comuni, Province e Regioni, con cui abbiamo le convenzioni, vivono un momento
drammatico". Qualche esempio: a Messina feste e sottoscrizioni non bastano più a colmare un sistema in
cui gli enti sono bloccati e non finanziano. Le case rifugio di Belluno e Catania sono già chiuse. E a
Roma, il centro "Lisa", che non ha più i soldi per pagare l’affitto, è sotto sfratto perché l’Ater non riconosce
lo scopo sociale della onlus e quindi non dà la possibilità di ridurre il canone.
Insomma, se non si cambia rotta altre chiusure sembrano inevitabili. "Ormai siamo al paradosso -
conclude Bagnara -. Mi chiedo come il governo possa fare una legge sullo stalking in cui si prevede che le
donne debbano essere indirizzate a questi centri e poi togliere l'ossigeno per lasciarli funzionare.
Attualmente viviamo di volontariato, cerchiamo finanziamenti da privati o fondazioni. Ma le operatrici devono
anche cercarsi i soldi per mandare avanti la struttura, non si può andare avanti così, non è accettabile".

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I CENTRI ANTIVIOLENZA IN ITALIA DEVONO VIVERE E NON SOPRAVVIVERE

DOPO LE MINACCE DEI MESI SCORSI DA PARTE DELLA PROVINCIA DI VITERBO, IL CENTRO ANTIVIOLENZA “ERINNA” NON CHIUDE: GRAZIE ALLA MOBILITAZIONE LOCALE E NAZIONALE, LA REGIONE LAZIO OFFRE LA DISPONIBILITA’ DI 100 MILA EURO PER MANTENERE LA STRUTTURA. A SEGUITO DEL COMUNICATO STAMPA GRIDALO FORTE: L’ITALIA NON E’ UN PAESE PER DONNE! L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE D.I.RE (DONNE IN RETE CONTRO LA VIOLENZA SESSUALE) RIBADISCE L’IMPORTANZA DEL LAVORO DEI CENTRI ANTIVIOLENZA IN ITALIA E CHIEDE NUOVAMENTE ALLE ISTITUZIONI DI SOSTENERE IN MANIERA ADEGUATA IL FINANZIAMENTO DELLE STRUTTURE SPARSE CHE RIMANGONO A RISCHIO CHIUSURA.

L’Associazione Nazionale D.I.re, in rappresentanza di tutti i centri antiviolenza che
coordina sul territorio nazionale e in mobilitazione permanente contro la chiusura di questi centri, fa un nuovo appello alle Istituzioni per un adeguato sostegno economico delle strutture in tuttaItalia.
Sottolinea come la mobilitazione unitaria e la campagna mediatica abbia sollecitato le Istituzioni locali a provvedere tempestivamente al ritiro della revoca anticipata fatta pervenire al centro Erinna a giugno 2011, retrodata al gennaio 2011 ovvero un anno prima della reale scadenza del rinnovo del bando che scadrà a febbraio 2012. In merito alla chiusura del centro antiviolenza Erinna di Viterbo riportiamo: il 3 agosto 2011 presso il Consiglio Regionale del Lazio, l’associazione Erinna ha incontrato l’assessore Aldo Forte, alla presenza dei consiglieri regionali Ivano Peduzzi e Giuseppe Parroncini, dell’assessore della provincia di Viterbo Gianmaria Santucci e della responsabile dell’Area Regionale delle Politiche Migratorie e Integrazione Sociale dott.ssa ValentinaMazzarella. L’assessore Forte, sostenendo l’importanza della presenza del centroantiviolenza Erinna quale unica realtà di riferimento per le donne vittime di violenza esistente nella provincia di Viterbo, ha ribadito che la legge 64/93 per l’istituzione dei centri antiviolenza non obbliga icentri alla residenzialità, maritiene sufficiente cheil centro sia collegato in rete con le case rifugio e con i centri con ospitalità. Pertanto, l’associazione Erinna rientra apieno titolo tra i soggetti destinatari del finanziamento regionale a sostegno dei centri antiviolenza.
Si porta inoltre a conoscenza che è stato pubblicato sulla G.U. n. 91 – serie speciale – del 3 agosto 2011, il nuovo Avviso per il finanziamento di interventi finalizzati a “rafforzare le azioni di prevenzione e contrasto al fenomeno della violenza”.

Dr.ssa Alessandra Bagnara
Presidente D.i.Re
Donne in rete contro la violenza

 

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Il Centro Antiviolenza è a Gorizia in via Baiamonti,22.

Orari di apertura:
lunedì
dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 19
martedì
mercoledì
dalle 10 alle 13
giovedì dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 19
venerdì
dalle 10 alle 13
D.i.Re

Telefono e fax: 0481/32954